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L’Audiovisivo italiano nel 2025: Un’industria strategica tra numeri e ricerca di una nuova identità.


L'industria audiovisiva italiana sta vivendo una stagione di successi straordinari, ma si trova anche davanti a un bivio cruciale per il proprio futuro. Nel 2024, il mercato ha raggiunto il valore record di 16,3 miliardi di euro, segnando una crescita del 9% rispetto all'anno precedente.

Come sottolineato dal Presidente dell’ANICA Alessandro Usai, questa non è solo una questione di intrattenimento, ma una storia industriale di successo che meriterebbe di essere raccontata meglio dalle istituzioni al pubblico. I dati estratti da Cassa Depositi e Prestiti confermano che l'audiovisivo è uno dei comparti più dinamici d'Italia indicando che, tra il 2015 e il 2024, il valore della produzione è cresciuto mediamente del 10% ogni anno. I dati APA hanno confermano un valore di mercato record nel 2024 e il nuovo report ANICA 2025 indica che la forza di questo settore risiede nel suo incredibile effetto moltiplicatore: ogni euro investito ne genera oltre tre nell'economia nazionale (con un moltiplicatore stimato tra 3,1 e 3,54), tra più alti nell’economia italiana. Si tratta, quindi, di un'industria che non grava sulle casse dello Stato in modo improduttivo, l’esatto opposto. L’industria Audiovisiva nazionale raccoglie talenti della componente tecnica ed artistica e convoglia energie finanziarie per alimentare la catena del valore: post-produzione, Festival, formazione specializzata, industrie software e hardware. Inoltre, ogni nuovo progetto attiva numerose attività ad alto contenuto di conoscenza, creatività e tecnologia che innescano dinamiche positive e generano un impatto economico rilevante per l’Italia. Come giustamente dichiara Usai: quali altri settori possono vantare una dinamica positiva di questo tipo?L'audiovisivo è un'industria "giovane" e inclusiva. Rispetto alla media nazionale, qui la presenza di donne e under 35 è molto più elevata. Inoltre, la sua natura di "industria leggera e mobile" le permette di portare ricchezza anche fuori dai poli industriali tradizionali: l'impatto occupazionale nelle aree meno industrializzate, come il Mezzogiorno, è superiore di circa un terzo rispetto alla media nazionale quando gli investimenti vengono effettuati in quei territori. Il 2025 ha visto anche il consolidamento di nuove frontiere, come la Creator Economy, che in Italia vale ormai oltre 4 miliardi di euro e genera impiego per più di 51.000 persone. Nonostante i record, il settore si trova in una fase di assestamento se non di stallo. Stiamo passando da una crescita basata sulla quantità a una fase orientata alla qualità del prodotto e al consolidamento internazionale. Le imprese tecniche di post-produzione e VFX, pur essendo all'avanguardia, soffrono per margini ridotti e pressione competitiva estera. Il tema della fragilità economica delle imprese tecniche e degli Effetti Visivi, nonostante la loro eccellenza tecnologica, è uno dei punti centrali del dibattito attuale. L’imprese tecniche si trovano in una posizione mediana nella catena del valore. Se da un lato i costi delle tecnologie e delle licenze software sono in costante aumento, dall'altro queste aziende subiscono la pressione dei budget di produzione, spesso vincolati dai tetti di spesa delle piattaforme e dei broadcaster o dei produttori cinematografici. Questo si traduce in una riduzione drastica dei margini di profitto, rendendo difficile l'autofinanziamento per futuri investimenti tecnologici. Il rapporto ANICA evidenzia una paradossale difficoltà: pur essendoci molta domanda, mancano figure ultra-specializzate (come specialisti VFX e colorist). I talenti italiani sono molto ricercati all'estero, il che costringe le imprese nazionali ad alzare i compensi per trattenerli, in un contesto dove però i ricavi non crescono proporzionalmente e i costi nascosti del lavoro in Italia sono proibitivi. A questo va aggiunto che il settore è composto da molte piccole realtà che faticano a fare "economia di scala" rispetto ai colossi internazionali. Alessandro Usai sottolinea come l'audiovisivo sia un'industria "pesante" in termini di capitale ma "leggera" in termini di strutture. Le imprese tecniche devono aggiornare i propri hardware e software quasi ogni anno per restare competitive a livello globale (specialmente con l'avvento dell'Intelligenza Artificiale). Tuttavia, l'incertezza nei tempi di erogazione dei fondi pubblici (come il Tax Credit) o i ritardi nei pagamenti della filiera mettono a rischio la loro stabilità finanziaria, trasformando l'avanguardia tecnologica in un costo difficile da sostenere.

Per queste imprese, la sfida del 2026 non sarà "saper fare" (la qualità italiana è già riconosciuta), ma riuscire a patrimonializzarsi. Senza una maggiore stabilità finanziaria e una revisione dei rapporti di forza all'interno della filiera, il rischio è che l'eccellenza tecnica italiana diventi un terzista di lusso per grandi gruppi esteri, perdendo la propria autonomia strategica, e prospettando un impoverimento del tessuto industriale italiano.


Raffaele Apuzzo



 
 
 

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